E se “Il romanzo di Palermo” dovesse scriverlo uno straniero, anzi una straniera? – La repubblica

E se “Il romanzo di Palermo” dovesse scriverlo uno straniero, anzi una straniera? Una di quelle immigrate che conoscono la lingua più e meglio di noi, che pronunciano la parola “nuddu” con eleganza e ironia? Che fa allora ci offendiamo tutti? Oppure sorridiamo con sufficienza, tanto nulla è eterno. Nessuno infatti conosce meglio di noi palermitani la finitezza del tempo. Sappiamo pure che tra qualche anno esso, il romanzo, sarà archiviato tra i libri vintage e solo gli eredi dell’autrice ne invocheranno inutilmente la ristampa sperando in qualche spicciolo di diritti d’autore.

“A prescindere!” la battuta è di Totò, ma io la faccio mia per necessità e domando a voi tutti che invocate il silenzio su di lei, che vagheggiate di seppellirla per sempre, per poi riesumarla nei momenti di sconforto, a voi che desiderate rottamarla come una vecchia auto euro zero, a tutti voi domando come si fa a scrivere a prescindere dalla città di Palermo? Come si racconta una/la storia a prescindere da quei vicoli che puzzano di piscio e bruciato? Da quella luce cruda, da quel sole che spara i suoi raggi come un riflettore dei RIS sulla scena di un delitto?

Lo confesso io di Palermo non so fare a meno, e mi secca che qualcuno ogni giorno punti il dito contro di lei denunciandone difetti e buchi neri, che non sono il peccato originale della città, semmai dei suoi amministratori, al massimo dei suoi abitanti. Ne convengo: Palermo è stata descritta in ogni sua piega. Tutti i luoghi comuni della “palermitudine” sono stati usati per condire pagine e capitoli. I morti ammazzati, il pizzo, la mafia, la lapa, u nonnò non mancano mai nei pezzi di cultura e proprio in virtù di essi si caratterizzano come siciliani, persino il pane ca’ meusa, imprescindibile ingrediente di una minestra riscaldata! Ma nego categoricamente che essi siano una allegorica lapide sotto la quale è sepolta la letteratura buona di casa nostra. Che poi io lo adoro quel panino morbido e untuoso, e anche l’ aggettivo “schetta o maritata” che si porta dietro. Per amore di verità non lo mangio, sono quasi vegetariana, ma lo annuso, lo osservo, e se capita lo divido virtualmente con un amico, mi fa sentire meno sola. E lo scirocco?  Cosa c’è di male nel vento che agita le eritrine del Foro Italico e i romanzi di Piazzese connotandoli fin dalle prime righe? Né mi disgusta la cipolla che si allunga tra sugo e pan grattato sullo sfincione caldo e sulla copertina del libro di Alajmo.

“Dimenticare Palermo” sarebbe questa la nuova parola d’ordine? Oh, Dio non voglia che il futuro della letteratura palermitana cada nelle mani di una generazione di smemorati, ne saremmo rovinati, più di quanto la “sovraesposiziome mediatica” non abbia già fatto. D’altra parte potrebbe anche essere vero che Palermo non abbia trovato ancora la collocazione che merita in un romanzo di ampio respiro. Ci si lamenta di vecchi e nuovi autori, qualcuno invoca un Saviano palermitano…E se il cantore di Palermo fosse nato in continente? E se il futuro Joyce de noantri fosse una donna? Anche in questo caso Dio ‘nni scansi e liberi! La comunità degli intellettuali continuerebbe a negare che il romanzo di Palermo esista e insisterebbe ad annegare il rancore nel mare degli incresciosi rammarichi.

Però Napoli, prima ancora che da Saviano, è stata definita da donna Matildella Serao che ci ha lasciato articoli, racconti, e infine il romanzo doloroso di una città violata, con i suoi vicoli putridi e le sue case fatiscenti, i morti di colera, i bambini malnutriti, le puttane, le usuraie e gli usurai, perché anche in questo mestiere maschio o femmina fa la differenza, e le trappole del gioco, le velenose complicità tra stato e camorra, quanta attualità! Ma non è bastato tutto questo a far diventare “Il paese di cuccagna” un classico.

Nella schiera di autori che hanno abusato di Palermo mi ci metto anch’io. Ora, il mio “conto delle minne” non è “Delitto e castigo”, ma neppure è un’addizione i cui addendi sono le tette, grandi, piccoli, floride, cadenti di generazioni di donne siciliane. E senza Palermo, “caccole e bagattelle” comprese, come avrei potuto raccontare l’epopea di Agata? Non lo avrei potuto fare, a prescindere. Lo sanno anche i miei lettori oltre lo Stretto, che chiudendo il libro sospirano di bonaria invidia per quella città che proprio non ce la fa a mettersi da parte. E anch’io sospiro, di nostalgia, perché Palermo, chissà perché non sopravvive ma vive invece, nel bene e nel male, di emozioni tumultuose e fantasie deliziose. Le bagattelle no, quelle sopravvivranno, accanto ai palazzi cadenti dalle facciate maestose, al giallo del tufo, al rosso delle cupole, al rosa di quel castello Utveggio che castello non è mai stato. E’ tra di essi, respirando il fumo tossico delle stigghiola, che io continuo ad aggirarmi, e compulsivamente tra di essi vado ogni giorno a cercare una storia, la storia di Palermo, la mia.

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