ferribot: cartolina di Palermo. Radiorai uno – prima di tutto

Dal ponte della nave Palermo è un grumo di emozioni. La prua punta dritta alla banchina, mentre la montagna si fa sempre più grande. Tutto intorno il cielo bianco per la gran luce. Eccolo Monte Pellegrino, solcato dalla strada che conduce alla Santuzza. I pilastri di sostegno sono soldati allineati e ubbidienti. Poi un sussulto e il promontori più bello del mondo, a dar credito a Goethe sparisce dietro alla fiancata. Ora c’è l’orizzonte dorato a prua e in un angolo di cielo indeciso il castello Utveggio di colore rosa e sinistro. La casa di Barbablù, così la chiamavo da bambina, e mi faceva molta paura. Le finestre sono denti affilati pronti ad azzannare la città ancora intontita dal sonno. Poi, come in un quadro naive, i tetti dai coppi marrone scuro alternati ad altri di un rosso intenso, carico, e sotto le facciate dei palazzi padronali che da indistinte si fanno più chiare. Lo sfarzo e la ricchezza si possono pesare. Qua e là piccole chiazze verdi di palme e phicus che diventano muro impenetrabile dal colore scuro, quello è l’orto botanico. Segue un lungo portico sabbioso e una balaustra di mattoni quadrati, il terrazzo di Palazzo Butera, la passeggiata delle cattive, così si chiamavano le vedove, e porta Felice in fondo a tutto che segna l’ingresso al Cassaro. Sull’altro lato la Cala è un guizzo, una distesa di lussuose barche bianche e blu, un mare nel mare, che sparisce pudico in un rigurgito di riserbo. Quindi le gru altezzose, complicato intreccio di ferro e acciaio. Svettano i loro bracci verso l’alto, ondeggiano al vento, lasciano scivolare in silenzio i loro carichi sulla banchina. Scompaiono ora tetti e guglie, cupole arabe color mattone, campanili barocchi dietro alla colata di cemento della ricostruzione. E solo palazzi rossi, blu, bianchi di tinture a buon mercato, orrendi! A terra il rumore delle abbanniate e il profumo dell’olio fritto. Finalmente a casa.

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