il mio natale palermitano raccontato ai miei figli – la repubblica 24 dicembre

Ragazzi miei, quand’è cominciata questa mia scucivulizza che fin dai primi giorni di dicembre mi trasforma in una grattugia per cipolle, non saprei dirvelo, certo è che in un momento preciso della mia vita il Natale ha perso l’azzurro intenso che ha il cielo di Palermo quando è sereno per virare al grigio fumoso che oggi ritrovo ad ogni angolo del mio quartiere. E il sentimento di attesa fiduciosa e paziente si è trasformato in un’ansia irritante accompagnata da un’insolita colonna sonora fatta di “uffa “ e “che palle”. Per             questo vorrei provare a raccontarvi il mio Natale palermitano, per dirvi che c’è stato un tempo, fatto di profumi e colori, in cui la vostra mamma bambina accoglieva con animo incantato il Dio Bambino.

Già all’otto del mese, precisamente per l’Immacolata, il mio cuore cominciava a battere con un ritmo diverso. Aveva il passo lento della tenerezza e il tono attutito della generosità. La malinconia non sapevo cosa fosse, se non in qualche raro momento, per esempio al calar  del sole, prima che il celeste in cui vagavano i miei occhi svanisse. C’era al crepuscolo una luce trasparente, priva di una tonalità specifica che annullava i colori, e la vita del quartiere per un paio d’ore si svolgeva come in un vecchio film bianco e nero. La novena della sera forse serviva a questo: a mitigare il senso di irrequietezza che agita l’uomo quando viene a contatto con il mistero. Ma poi, e senza alcun preavviso, spuntava la luna, candida, brillante, la notte si tingeva di blu, qualche volta virava al nero, e su quello sfondo vivido risaltavano le stelle come luminarie. Ah, era un incanto! Tra chiari e scuri, tra luci e ombre la magia del Natale calava sulla mia stanza e forse sul resto della casa. Mi cullavo in un’altalena di speranza e allegria fino alla befana. Di quel periodo ho l’impressione di un’esperienza sensoriale. Profumi, colori, suoni erano forti e precisi; nessuna sfumatura li diluiva, nessuna ombra li mascherava. Ricordarli è come riviverli.

L’aria del Foro Italico sapeva di cucciddatu e cubbaita, aveva la consistenza dello zucchero filato e le mille tonalità, dal verde al giallo, del gelato di campagna. I canditi erano gocce di rugiada per abbellirne l’aspetto. Ma se aggiungo bello a bello, cosa ottengo?

Le giostre giravano tra festoni colorati e canzonette popolari. Il mare non si vedeva, nascosto dagli “otto volante” e dalle “macchine a scontro”, ma a noi bambini interessavano solo quelle automobiline. In pista urlavamo felici e tornavamo a casa come dopo un passaggio nel frullatore. Qualche volta vomitavamo anche, troppi dolci, e tutti insieme, e tutte quelle botte che ci scuotevano come flaconi di medicinali.

Lo sguardo si perdeva nelle volute di fumo che proveniva dalle pentole magiche dei caldarrostai. Quei lunghi tubi di ferro arrugginito, nella cui pancia bruciava il carbone, erano camini protesi verso l’alto. Grandi manciate di sale versate direttamente sul fuoco con gesti ampi e rapidi della mano erano la causa di quelle nuvole bianche e dense. Le bucce marroni e lucide delle caldarroste si trasformavano in pellicole grigiastre, che tingevano le dita di scuro e la polpa gialla aveva un sapore particolare, un po’ dolce e un po’ salato. Sarà per questo che sono scontenta, sarà perché qua le castagne non producono fumo e, disposte in cerchi ordinati su padelle nuove di fabbrica, ti guardano con un sorriso sardonico e irritante.

“Ma sunnu castagne chiste?” chiesi a mio padre il primo Natale a Roma. Quella volta il mio dialetto non lo fece arrabbiare. Mi guardò con tenerezza, forse anche lui cominciava a provare lo stesso senso di scontentezza e di apatia che attanaglia oggi me all’inizio di dicembre.

La preparazione del presepe durava molti giorni. Raccoglievo il muschio in campagna, in una zona ombrosa e umida. Tornavo con i piedi zuppi e le scarpe piene di fango. Le piantine avevano una consistenza vellutata, si sfaldavano tra le dita e sapevano di muffa. Non ne avevo mai abbastanza, perciò c’era sempre una parte, di solito vicino al laghetto, che rimaneva scoperta. Ne soffrivo come di una macchia sul vestito buono. In casa nessuno aveva voglia di occuparsi delle decorazioni, e  mi lasciavano fare. La grotta prendeva forma sotto gli occhi indifferenti degli adulti della mia famiglia, però io ero felice lo stesso. Accendevo le luci ogni sera, le fissavo per ore finchè diventavano tremolanti puntini colorati, e mi perdevo nei miei sogni evanescenti.

Il profumo dei mandarini me lo portavo dietro tra le pieghe delle gonne, nelle palme delle mani, nella cucina di legno grezzo, tra le bancarelle di Borgo incorniciate di lampadine gialle. Che sparavano lampi lucidi e taglienti. Noci, nocciole, fichi secchi e datteri erano alte piramidi che occludevano il mio orizzonte.

Mi alzavo tardi la mattina del venticinque. La notte in cui nasce Gesù la passavo a rigirarmi nel letto. Non era l’attesa dei regali a tenermi sveglia, quando ero piccola io, i doni arrivavano al primo di gennaio e li portava la “vecchiastrina”. Era piuttosto una sorta di ansia  e di eccitazione per quel Bambino che arrivava sulla terra per ognuno di noi, e quindi anche per me. Non avrei fatto una bella figura a farmi trovare addormentata.

Non c’erano pacchetti da scartare, l’occasione era buona per regalare le scarpe, il vestito, il cappotto che sarebbe durato per almeno due anni. Ma c’erano i nonni dalle carezze facili e dalla voce flautata. E il pranzo era una festa vera, anche se dopo si scatenavano pettegolezzi e ci scappava pure qualche commento malevolo. Però stavamo tutti insieme, compresa la zia acida e il cugino ignorante. Il “gattò” era di due tipi: quello con il ragù e quello con le verdure.

Sarà per questo che sono scontenta, perché sulla mia tavola il giorno di Natale c’è il “flan” e i carciofi non sono panati ma fritti in pastella. Le clementine hanno preso il posto dei mandarini, si lo so che non hanno i semi  e perciò vi piacciono di più, ma manca l’odore di casa mia, e quel profumo estraneo mi rimane sulle mani  facendomi assomigliare a una casalinga disperata, perciò li sbuccio con i guanti e toglietevi quell’espressione da presa in giro.

Il cugino ignorante c’è ancora, ma ha tre lauree e parla diverse lingue. In compenso niente più pettegolezzi, solo una lunga lista di estenuanti lamentazioni ispirate a rabbie confuse e insoddisfazioni vaghe.

Avete capito perché mi trasformo nell’ultimo mese dell’anno? E cari ragazzi, sarà così anche per voi. Quel cielo grigio di oggi tra qualche anno ve lo ricorderete azzurro e il profumo di casa lo inseguirete nelle madie delle vostre modernissime cucine. Ma cercate i mandarini, quelli fanno Natale in ogni età della vita.

2 Responses to “il mio natale palermitano raccontato ai miei figli – la repubblica 24 dicembre”

  1. Carissima giusy,sentire nel profondo CIO’ Che provi nella ricorrenza del natale mi ha fatto provare,come per magia,la sensazione di esserti sorella,consentimi l’estrema confidenza…Mia madre e’ mancata il 20 dicembre di 50 anni fa ma in modo assolutamente identico ogni dicembre per me ha il sapore amaro del cuore spezzato…Ora poi Che anche la Mia situazione familiare e’ per Ora…compromessa il dolore mette radici ancora piu’ profonde…ma avere la consapevolezza di conoscere persone come te attutisce il sangue del cuore dolorante.grazie di esistere.sabina

  2. giuseppina Says:
    maggio 21, 2012 at 11:37 am

    cara sabina, leggo adesso il tuo commento, le donne si portano dietro il dolore del mondo. e , anche quando tutto sembr girare bene, c’è al fondo la consapevolezza che altri stanno male, e pertanto la felicità non riesci a goderla appieno. grazie per le parole di affettuosa stima che hai per me un abbraccio forte g

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