La seduzione è l’esercizio dell’equilibrio- corriere della sera

Sostantivo femminile che si snoda tra promesse e lusinghe come una lunga linea sinuosa dal colore brillante e dalla tonalità intensa. Ogni sillaba che la compone ha un suo significato e tutte insieme indicano con chiarezza l’essenza di questo pretestuoso significante.

C’è nella esse iniziale, appena sussurrata da due rosse labbra semiaperte, atteggiate al bacio, una promessa di delizie e la concessione di un privilegio. C’è nell’unione della “d” con la “u” una sottaciuta carnalità, mentre la sillaba successiva è un monito moralistico e un richiamo alla severità dello spirito. Ma è nella desinenza finale, in quel “ne” che assomiglia ad una negazione, non categorica però, e perciò derogabile, nonostante tenga impegnato l’intero apparato vocale, e sottometta la logica, che si annuncia con enfasi lo scopo del seduttore/seduttrice. E’ in quel “ne” che s’insinua subdolo tra i tessuti molli e gli anfratti muscolari, fluisce nelle arterie con la stessa intensità di onda sonora nell’acqua, per raggiungere il cuore della vittima e, mortale veleno, fermarlo nell’acme della sistole, che si comprende la determinazione del soggetto che se-duce.

Talento di cui, in diversa misura, è dotato ogni essere umano, prerogativa, qualità alla stessa stregua dell’intelligenza, dell’adattabilità, del coraggio, a fasi alterne ne determina le sue alterne sorti.

Delizioso preludio ai piaceri dell’amore, essa è prima di tutto gioco esile e incostante, trina elegante che si adorna di leggerezza e disincanto, una impudica elencazione delle proprie qualità e a tratti un capriccioso velarsi di mistero; una corsa a perdifiato in un campo di empatia, un salto spericolato in una gola di egotismo, una nuotata nelle acque limpide dell’estasi, un tuffo a capofitto nell’oblio transitorio; infine un delicato equilibrio tra concedersi e negarsi, che necessita di tecnica ed esperienza.

Werther innamorato di Lotte, non riuscirà a conquistarla, perché incapace di sedurre. Procede infatti goffamente il giovane provinciale, portando in dono alla ragazza un progetto di eternità che piace all’amore, ma nuoce dannatamente alla seduzione, perchè essa, si sa, vive di attimi fuggenti, di precarietà.

In una immaginaria scala gerarchica la si potrebbe trovare un gradino sotto Eros, forza di attrazione irresistibile, tenace calamita che abbisogna di seduzione per perfezionarsi nell’amore, gradino successivo, spalmato di dorato caramello che invischia e cattura. Seduzione no, diversamente da amore, non fa prigionieri.

E nessuno si illuda di esserne immune né di poterne fare a meno, perché essa è l’imprescindibile trampolino di lancio per superare ineludibili dislivelli; la via più breve e meno faticosa per ottenere ciò che si vuole, perché il potente nega diritti al cittadino, ma concede, bontà sua, a chi seduce.

Fecondata dal seme dell’empatia, incubata nell’utero della prodigalità, allattata al seno dell’incertezza, essa necessita di tecnica (che si sa si può apprendere) per svilupparsi e di una sofferta disparità per maturare. Cammina spedita sulla strada della diversità, arretra con naturalezza sul terreno del cameratismo, dove non c’è dislivello, né sorpresa, né inganno, ma una noiosa fila di spighe tutte uguali.

Succulente nutrimento dell’umanità che trova in essa un riscatto agli imposti moralismi. Astuzia e lusinga, illusione e disinganno, promessa e rifiuto. Dall’amore al lavoro, dall’amicizia alla socialità, dalla culla alla tomba, straordinario metodo di semplificazione dell’esistenza. E laddove il talento fa difetto, la tecnica supplisce dignitosamente e acquisisce un ruolo predominante. Apprenderne i segreti è un dovere, perché è vero che seduttori si nasce, ma seducenti lo si può diventare.

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