L’amore non fa danno ( confidenze n 50)

Questo racconto è dedicato a Clotilde

Sono al liceo, pare che io sia diventata grande. A me veramente sembra di essere sempre la stessa. Mio padre, lui sì che è molto cambiato. Mi rimprovera di continuo: “Questo no, questo sì”. All’improvviso nulla di tutto quello che faccio sembra andare bene: “Una ragazza di buona famiglia si comporta diversamente da te”. Sbuffa, si arrabbia, urla per un nonnulla e poi minaccia : ”Te la insegno io l’educazione!”, ma che gli è successo? Anche mia madre che di solito mi lascia perdere, ha preso a rimbrottarmi e criticarmi, e poi dicono di volermi bene, ma va! Se mi amassero davvero mi accetterebbero per quello che sono, invece vogliono cambiarmi dentro e fuori. Bè, anch’io non voglio bene loro come una volta, ma non è colpa mia.

“Domani è il primo giorno di scuola, sbrigati a mangiare” mia madre è comparsa sulla porta con un piatto in mano. Lo poggia di malagrazia sulla tavola, poi va in cucina a preparare il resto. La sua faccia è carina, ma è sempre scontenta. In più ha un’espressione disorientata, come se la vita fosse un film in lingua straniera di cui lei non capisce il senso. Quando ritorna la pasta è ancora tutta lì, e io ho lo sguardo fisso alla TV, questa sera c’è Belfagor.  Lei sbatte il cestino del pane, delle briciole si allargano sulla tovaglia, torva gira attorno al carrello e spegne. Poi solleva appena un braccio e mi indica la porta della mia stanza, che stronza! Mi alzo facendo attenzione a non far cigolare la sedia e, senza dire una parola, riaccendo con aria di sfida.

“Ti devi alzare presto domani, vai a dormire” reagisce la mamma stizzita

“Va bè, e che ci fa?” le rispondo questa volta, sperando di arrivare ad un accordo “Sono grande. E’ l’ultima puntata, voglio sapere come va  a finire” e alzo il volume, mentre lei continua a mugugnare e non mi fa sentire nulla.

”Dopo carosello si va  a letto. Il sabato puoi rimanere in piedi” i suoi occhi sono due buchi cattivi.

“La verità è che alla sera non ci vuoi tra i piedi” urlo io di rimando  “Sembra che io e mio fratello ti diamo fastidio”.

“Guarda che chiamo tuo padre” minaccia, lo fa spesso. Lei è la mente e lui il braccio e a noi figli ci tengono in un pugno d’acciaio.

“Chiamalo! Ho quattordici anni, sono grande solo quando ti pare a te!” questa volta la voce mi esce stridula e una ottava più alta del necessario.

Attacchiamo il solito teatrino, succede tutte le volte che per un motivo o per l’altro ci rivolgiamo la parola. Lei mi rintuzza continuamente e  a me sembra quasi di detestarla. Continuiamo con una salve di si, no, nessuna delle due si decide a cedere:

”Guarda che lo chiamo”

Speriamo di no, penso, di lui ho una tale paura e non riesco certo a contraddirlo, con la mamma invece ho una certa confidenza e di solito sono capace di tenerle testa. Andiamo avanti alzando il tono della voce finchè urliamo così forte che mio padre compare  sulla porta del soggiorno. E’ più nero del solito, lui è così, quando s’arrabbia la faccia gli diventa scura scura. E’ per questo forse che lo temiamo tutti, mia madre compresa, anche se la parte della sottomessa non le si addice.

Non c’è bisogno che parli mio padre, bastano i suoi occhi di metallo. Mi azzitto subito, accosto la sedia al tavolo e ubbidisco masticando veleno.

”Buonanotte” dice lui tra i denti e non è un augurio, ma una minaccia. “Buonanotte” rispondo con lo sguardo basso e le orecchie di fuoco. “Buonanotte una minchia!” aggiungo, ma nel silenzio della mia anima. Il mio scarso coraggio mi pesa e sono più mortificata dalla mia pavidità che dall’ingiustizia subita.

A forza di contestare e litigare, i miei genitori hanno deciso di cambiarmi di scuola. Addio liceo pubblico, in soli due giorni sono stata trasferita al Sacro Istituto delle Piccole Ancille, frequentato solo da ragazze e tutte di buona famiglia.

“Te la insegnano loro adesso l’educazione” ha detto mia madre nel comunicarmi la novità e ad aveva una espressione nuova sulla sua faccia pallida.

La strada per l’Istituto è leggermente in salita, e a me non piace molto camminare. Ottobre da noi può essere molto caldo. L’estate quest’anno sembra voler scivolare nel freddo dell’inverno senza passare per il mite autunno. Costeggio il lato posteriore del giardino Anglè. Gli alberi non sono ancora spogli, ma le loro chiome hanno perso il verde brillante per assumere una colorazione marrone triste striata di giallo rabbia. Non piove da così tanto tempo che la luce bianca viene interamente assorbita dalle foglie polverose.

Un gruppo di ragazzi vocianti staziona davanti al “Mazzini”, il liceo pubblico del nostro quartiere. Scherzano, ridono, sembrano felici e così diversi da me. I maschi hanno capelli lunghi e arruffati, e le camicie che pendono fuori dai pantaloni. Le ragazze indossano gonne cortissime, stivali alti e sono persino truccate. Io invece ho una divisa informe di lana blu. Mi vergogno molto, tanto che passo in mezzo a loro con la testa bassa, quasi fossi un ariete. E sono carica di invidia, era lì che dovevano mandarmi. Alzo lo sguardo solo una volta e lo vedo: è il più alto di tutti, ha i capelli neri e ricci e sta un sorriso aperto. Il cuore prende a battere forte. Mentre mi allontano li sento ancora ridere.

Andare a scuola può essere una festa, già può esserlo, ma non per me. Io non ci voglio andare dalle suore e le divise non mi sono mai piaciute. La scamiciata di ordinanza è di stoffa ruvida. Una serie di pieghe scendono libere dalle spalle e mi si allargano in corrispondenza della pancia, per terminare sotto al ginocchio.  Sembro un enorme paralume, persino più grossa di quello che sono.  La pelle pizzica anche sotto alla camicia bianca che alla fine delle lezioni è arrotolata fin sotto al petto, le cosce prudono dentro alle calze. Il colletto rigido è chiuso da un cravattino blu, roba d’ altri tempi, e poi sembriamo tante orfanelle pronte per un funerale.

Il cancello verde aperto sulla strada è una bocca pronta a divorarmi. Nessuno scherzo, nessuna risata all’entrata. Una per volta scivoliamo lungo il viale d’ingresso il cui manto asfaltato da poco effonde un sentore di catrame. “Riservatezza” questa è la parola d’ordine. Mi accoglie un lungo corridoio in penombra, in fondo ci aspetta un Crocefisso alto due metri con una faccia preagonica, mamma che angoscia! Ai suoi piedi c’è anche la madre preside che va salutata con un inchino. “Piegare leggermente il ginocchio e chinare lievemente il capo, ragazze”, e se non sei attenta ci pensa Madre Papa, la portiera, la sua bacchetta arriva dritta sulle gambe con uno schiocco secco.

Chissà quanto sarà felice Maria, lei è andata al Mazzini.

“Liceo pubblico, puah! Ma tanto quelli sono comunisti”, mio padre l’ha detto con un tono di disprezzo, come se comunista fosse parola d’offesa.

“Ma perché non posso stare nella stessa scuola di Maria?” gli ho chiesto con un filo di voce.

“Perché le scuole pubbliche non sono cosa per ragazze per bene. L’anno scorso gli studenti hanno occupato ed è successo di tutto. Pensa che hanno dormito dentro alle classi per quindici giorni, maschi e femmine tutti insieme…Vogliono cambiare il mondo, figuriamoci!”

“Ma Maria è la mia migliore amica” ho risposo e mi sono meravigliata del mio coraggio, per la prima volta ho tenuto testa  a mio padre.

“Te ne farai delle altre”

“Io voglio bene a Maria…Proprio non lo capisco il perché di questo trasferimento”

“Se non lo capisci è inutile che te lo spieghi” lui di solito chiude così le nostre rare conversazioni, però dice di essere democratico, le solite contraddizioni degli adulti.

Ed eccomi qui, in una scuola che ha le grate alle finestre, manco fosse una prigione.

I primi tre giorni se ne vanno via tra elenco dei libri, la presentazione dei programmi, i predicozzi dei professori, anzi le professoresse, perché da noi di maschio c’è solo il prete. E dopo la festa di S. Francesco torniamo in classe con i libri foderati e il nome scritto in bella calligrafia sul frontespizio. Io ho pure una merenda nelle tasche, le lezioni finiscono alle due e fino a quell’ora è lunga resistere per una come me che mangia di continuo.

Le mie compagne di classe si conoscono tutte dall’asilo, e mi considerano un’intrusa, quasi mi guardano in cagnesco. Se ne stanno tra di loro a ricreazione, corrono leggere dietro al pallone, hanno gambe magre  e pance piatte. Io sono grassa, perciò loro ridono di me e mi lasciano in disparte, come se la ciccia fosse una malattia e avessero paura di rimanere contagiate. Per la prima volta la mia pancia tonda e il mio corpo grasso mi appaiono per quello che sono: un problema. E’ per questo che do fondo con rabbia al mio panino.

Passo il mio tempo da sola, cercando di non dar loro ulteriori spunti per prendermi in giro e quando esco corro al bar ad affogare la tristezza nel gelato.

Il primo giorno sono arrivata con la mia solita cartella, l’ho poggiata sul banco rumorosamente e tutte sono scoppiate a ridere. Le borse sono antiquate, roba da bambine delle elementari. Quest’anno sono di moda lunghe cinture di elastico colorato che tengono insieme con difficoltà libri e quaderni. Ce n’è voluto per convincere mia madre a comprarmene una.

”Ma quale cinghia e cinghia, la cartella è meglio.”

“E io allora a scuola non ci vado!”

“Quante storie! Ma tu al ginnasio ci vai per studiare, non per sfoggiare”

“E io studio, ma a casa”

“Guarda, è ancora nuova” insiste passando avanti e indietro la mano sul cuoio rugoso “Che bisogno c’è di spendere altri soldi?”

“Io da scema non mi faccio trattare per colpa di una cartella. Basta quello che passo ogni mattina per il solo fatto di esistere”. Alla fine ha ceduto e ora possiedo una grossa fascia blu, con una fibbia argentata che brilla al sole di mezzogiorno.

Solo sul colore non c’è stato nulla da fare: “Blu, è più fine!” ha ribadito la mamma e io mi sono mi sono rassegnata. Ma i problemi non sono finiti lì.

“Macaluso, com’è che non hai la tuta?”

“Professoressa, io non faccio ginnastica”

“E non è che decidi tu, Macaluso. E’ l’ora di educazione fisica e tu vieni in palestra con le altre”

“Professoressa non posso”

“E perché?”

“Ho le mie cose”

Lo dico in un soffio e sono diventata tutta rossa. Piccole gocce di sudore sono comparse come perline sul labbro superiore. Mi vergogno, anche se in classe siamo tutte femmine. Dopo le vacanze di Natale sono arrivate finalmente le prime mestruazioni, adesso nessuno può più dire che sono una ragazzina. In quei giorni però sono languida, il mio corpo si ammolla, le gambe mi diventano di cera e non mi va di fare niente, figuriamoci la ginnastica. E poi ogni volta che corro, le altre si mettono a ridere, perchè sono grassa e goffa. Le mie cosce sfregano l’una contro l’altra con un rumore di carta appallottolata, la pelle rossa diventa come cotta e un bruciore intenso mi tormenta per giorni, perciò odio lo sport. Preferisco invece rimanere da sola nell’aula vuota, c’è una tale pace. Leggo, scrivo, sogno ad occhi aperti. La prof non si rassegna, dice che il movimento è salute e solo una paresi ci può tenere ferme alla nostra età. Solo se dico che ho il ciclo mi lascia in pace.

“ Allora Macaluso, che facciamo? Ti muovi?”

“Professoressa insomma, pure lei è una femmina, queste cose le dovrebbe capire…”

“Macaluso, ma quante volte ti vengono?”

“E che ne so io?” Le mie compagne scoppiano a ridere.

”Andiamo Macaluso mettiti la tuta”

“Professoressa non ce l’ho”

“Guarda che ti mando dalla preside”.

Cedo, ma mi spuntano le lacrime e con la testa bassa vado a cambiarmi. Mi spoglio con la faccia verso il muro. Appena tolta la scamiciata la mia pancia si allarga in ogni direzione, che schifo. Trattengo il respiro e tiro indietro i muscoli. Ma scompare solo l’ombelico, e due rotoli di carne rosei e traslucidi, distanziati dal segno scuro della cintura, si accavallano l’uno sull’altro. Mi infilo i bermuda blu e la maglietta bianca, sembro un camionista. In questa scuola maledetta hanno una divisa pure per la ginnastica. Le cosce si accavallano l’una sull’altra per divaricarsi all’improvviso alle ginocchia, tonde pure quelle. Le mie gambe a x mi danno un’andatura incerta.

”Macaluso si annaca, Macaluso si annaca, Macaluso si annaca”, mi accolgono così le mie compagne, già pronte e allineate per il quadro svedese.

“Silenzio” urla la prof “Via”. La prima è Ancona, alta, magra, con seni piccoli e puntuti. Entra sinuosa in quello spazio ristretto, si attorciglia al piolo di legno chiaro, mostrandoci ora i suoi capelli lunghi ora i suoi occhi azzurri. E quando la sua coda dorata pende da  tre metri di altezza la prof batte le mani ripetutamente: “Via, via, via”. L’una dopo l’altra scattano Attardi, Benzoni, Butera, Cagliotto, e quando tornano giù, di nuovo “via, via via”. In ordine alfabetico le mie compagne scalano e scendono con grazia, mentre il quadro ondeggia come fosse un’altalena. Lejanni, Lumera, Macaluso, ecco ora tocca a me. Nel tempo che impiego per salire e tornare indietro le altre sono già pronte a saltare la cavallina, e lo fanno con una tale facilità che al posto delle gambe sembra abbiano molle.

Fra una bugia e un sospiro, grazie a Dio, è passato l’anno scolastico, promossa, a pieni voti, tranne in educazione fisica: è l’unico sei della mia pagella. Sono brava, ma infelice.

Le vacanze le trascorro dai nonni. Libera dall’oppressione dei miei genitori sono allegra, proprio come una ragazza della mia età. Mi hanno dato un soprannome :allodola, perchè mi alzo presto al mattino e per via di quel tono garrulo che ha assunto la mia voce. Parlo senza un attimo di tregua, di me, dei miei desideri, dei miei sogni. Cantando attraverso le ore del giorno, nulla mi turba, niente mi rattrista. Così felice il tempo sembra volare e quando le vacanze finiscono eccomi di nuovo dentro a quella brutta divisa di lana scura che mi fa assomigliare a una suora scontenta. Però c’è una novità: sono dimagrita. Le mie gambe ora si muovono agili e non sfregano più l’una contro l’altra. Posso correre e saltare senza conseguenze. I miei capelli si sono allungati e io li tengo sciolti sulle spalle. Ondeggiano ad ogni passo e sfiorano le mie spalle regalandomi un piacere che non ha pari. Sono quasi soddisfatta del mio aspetto, mi sembra persino di essere diventata più bella. E poi mi sono spuntate le tette, piccole, ma ci sono, le sento premere contro la camicia e il mio cuore si riempie di orgoglio. Il primo giorno di scuola le mie compagne mi hanno squadrata da capo  a piedi senza dire una parola, mi è sembrato un miracolo. All’uscita, come le altre, ho arrotolato la gonna attorno alla cintura, scoprendo le mie gambe lunghe  e magre. Sono persino diventata più alta. Ho perso l’aspetto di goffa bambina e se non fosse per l’espressione ingenua, potrei anche dimostrare più anni di quelli che ho. Adesso anch’io mi nascondo a fumare, sono stata accettata dal gruppo e nessuno urla più “Maccaluso s’annaca”. La scuola mi pesa un po’ meno. La mattina faccio la strada di buon passo, attraverso il gruppo degli “studenti pubblici” con innaturale sicurezza, lui è sempre lì, con i suoi capelli ricci e la pelle dorata. Fa l’ultimo anno, me l’ha detto Elena, suo fratello lo conosce bene.

Lo incontro finalmente alla festa di Elena. Quando mi ha invitata a ballare ho avuto paura  di svenire per l’emozione. Si chiama Salvatore, gli piace il greco e i Bee Gees, vuole fare il giornalista e dopo gli esami andrà in California. E’ un mito!

Il due novembre i miei morti mi hanno portato il regalo che desideravo: ora sono fidanzata con Salvatore.

“Macaluso mettiti la tuta”

“Professoressa non posso c’ho…”

“Le tue cose!” conclude lei spazientita.

Continuo ancora a usare la scusa delle mestruazioni per non fare ginnastica, mi viene il dubbio però di averla usata troppe volte. Mi serve rimanere in classe da sola, perchè quando le altre sono in palestra, io scendo in cortile, mi nascondo nei bagni e lì aspetto trepida Salvatore. Lui scavalca il muro di cinta, quello che divide la mia scuola dalla sua, e finalmente possiamo abbracciarci. Quanto mi piace stare con lui. Parliamo, ci teniamo per mano e ci baciamo. E’ così bello appartenere a qualcuno. I suoi occhi, nella penombra dei bagni, diventano ancora più scuri, sembrano pezzi di lavagna, e mi guarda in un modo che dentro mi sembra si avere fuoco. Le sue mani sono morbide e delicate. Ha la faccia di un uomo, e la barba, me l’ha detto lui, se la fa ogni mattina, ma è maldestro, perciò rimane sempre qualche peluzzo che mi solletica il collo. Profuma di mandorle e olio. E quando le sue braccia mi stringono io mi faccio molla molla e la pelle si appiccica all’anima. Ogni tanto mi assale la paura che possano scoprirci, ma la voglia di tenerlo abbracciato è più forte. Il suo odore me lo porto nei vestiti per tutto il giorno, tanto che ho preso l’abitudine di tenermi addosso la divisa. “Questa ragazzina proprio non la capisco” dice mia madre fissandomi con sguardo indagatore, “Per fargliela mettere questa scamiciata c’è voluto l’amore di Dio, e ora a momenti ci va a dormire. E’ proprio una testa matta”. Che ne puoi capire, penso io annusando un lembo di stoffa, che ne puoi sapere tu dell’amore!

Abbiamo passato così tutto l’inverno, ora però Salvatore si è fatto più esigente, e pure più intraprendente. Ha perso la timidezza dei primi mesi, le sue braccia non mi cingono più impacciate la vita, ma sono forti e sicure. Anche le sue carezze sono diventate sfrontate. Sembra che la primavera gli abbia regalato nuovo vigore.  Anche io mi sento un po’ diversa. Ho l’impressione che il mio corpo sia dotato di una volontà propria, del tutto indipendente dalla mia. Al centro della pancia mi nascono delle voglie che salgono dritte al cuore. I pensieri poi sono offuscati, la testa avvolta in uno speciale languore che non saprei definire. Le richieste di Salvatore spesso mi mettono in imbarazzo, sento che contrastano con tutto quello che mi hanno insegnato, ma non so spiegarne il motivo, perché anch’io ho le stesse voglie. Allora lui con voce dolce mi sussurra dentro l’orecchio: “Ancora un po’ ” e mi guarda con certi occhi, sembra un bambino indifeso. ”Angela, dai, lasciami fare, ancora una volta, ti prego, ancora una volta”. Io scuoto la testa senza convinzione, i capelli volano da una parte e dall’altra e mi coprono il viso. ”Ancora una volta…se mi vuoi bene davvero”. Mannaggia a me che non so dirgli di no. E quando torno in classe mi sento umida come se me la fossi fatta sotto. C’avrò qualche difetto?

“Macaluso, che fai ti senti male?” mi chiede certe volte la professoressa preoccupata “Hai una faccia!”

“Gliel’ho detto prof, che ho le mie cose, è il primo giorno!”

“Va bè, la prossima volta vieni con noi a fare ginnastica, sennò diventi di nuovo grossa”.

”Macaluso, se hai ancora le tue cose ti mando in infermeria, oggi c’è pure il medico …” mi urla la prof appena entrata. Non so se oggi riuscirò a evitare l’ora di educazione fisica, mannaggia Salvatore mi aspetta. Provo a buttare lì la slita scusa, ma questa volta non attacca. Calo la testa e me ne vado nello spogliatoio, una stanza stretta e buia, i cui muri impregnati del sudore di generazioni di alunne emanano un aroma stantio e pungente, “profumo di vergine” lo chiamiamo con aria allusiva. Sarà per colpa di questo afrore vecchio di anni che all’improvviso impallidisco e mi viene voglia di vomitare.

“Che sei gialla” dice Elena “stai male?”

“Non mi piace fare ginnastica, c’è cosa?” rispondo stizzita, ma mi gira la testa e devo sedermi.

“Vado a chiamare la prof”

“Statti ferma” le sibilo in un orecchio e mi apro la camicia che ha due grosse gore scure sotto le ascelle. Cerco di respirare, ma l’aria si blocca nella gola e un conato di vomito mi fa sussultare.

“Ma che hai?” Elena scivola tra me e il muro.

“Niente, niente, sbrighiamoci che alla prof oggi ci girano” e mi abbottono la camicetta. Non mi piace che veda le mie tettine nude. Ancora non possiedo un reggipetto, mia madre non ha voluto comprarmelo, dice che sono una bambina, che non c’è niente da metterci dentro, ma non è vero, sono piccole ma la prima misura la riempiono tutta.

“Va bè” taglia corto Elena “me lo racconti dopo” e raggiungiamo le altre in palestra.

Corro, salto, sudo. Anche se sono molto magra la ginnastica mi affatica molto.

All’uscita Elena mi aspetta con le braccia intrecciate attorno ai libri:

“Si può sapere che fu?”

“Niente, ma che deve essere, manco mi posso sentire male…”

“Si, va bè, ma non è normale, non ti ho mai vista così” Elena insiste, non per niente la chiamiamo il trattore. Lo so che non me la tolgo di mezzo se non le dico quello che vuole sapere, ma io non ho voglia di parlare, ho un problema che vorrei tenere per me.

Ci incamminiamo verso la villa comunale, i leoni di bronzo all’ingresso sembrano dormire. Da due giorni s’è alzato uno scirocco petulante e l’aria è densa di una polvere grossolana che pizzica gli occhi e il naso.

“Fa caldo, Elena, e mia madre mi fa uscire con il maglione, <Aprile non ti scoprire!> mi ha detto questa mattina…Ecco è colpa dei vestiti di lana. “.

Lei serra un occhio e sbarra l’altro: “ Queste cose contale a qualcun altro”. E’ buffa e mi viene da ridere. Ci sediamo su una panchina, la mia allegria svanisce di colpo e devo avere un’espressione disperata, perchè Elena mi stringe la mano con tenerezza: ”Com’è fredda”,  la sua invece è calda, sudata. “Angela, ma se non lo dici a me che sono la tua migliore amica…Ti ho pure fatto conoscere Salvatore!”. Scoppio a piangere, giro la faccia dall’altro lato e glielo dico, tutto d’un fiato, senza una pausa tra una parola e l’altra:

“Questomesenonmisonovenute”

“Va bè, meglio, di solito ti vengono ogni settimana”

Arrossisco e abbasso gli occhi e allora Elena capisce, si alza in piedi di scatto e si mette a mormorare:

”Santa Rosalia senza danno!”. Poi mi squadra dalla testa ai piedi, i suoi occhi indagatori si fermano sul mio seno gonfio e svettante, anche sotto a quell’orribile saio.

“Ah ecco perché”. Ci pensa su un po’  e poi mi chiede:

“Ma come fu?”

“E come fu? Ma che fa non lo sai come fu?”

“Ma tu mi avevi giurato che con Salvatore non ci facevi niente”

“E niente facevamo?”

“Certo, proprio niente… Se hai la preoccupazione di essere incinta !”

“Te lo giuro che non lo so, nessuno me lo ha mai spiegato ”

“Ma se facevi la saputa, ti davi tante di quelle arie in classe”

“E che dovevo dire? Che non so come si fa l’amore?”

“Ma scusa tua madre qualcosa ti avrà detto”

“Certo! Quando sono diventata signorina, mia madre mi ha preso da una parte, mi ha puntato un dito contro al mento e mi ha avvertita di stare attenta a quello che avrei fatto, < non dare confidenza a nessuno, perché ti puoi rovinare la vita>”.

“E la vita forse te la sei rovinata davvero se sei incinta” conclude Elena sconsolata. Le sue parole mi inondano di tristezza.

“Ma l’amore secondo te può fare danni?” le chiedo e vorrei che lei mi rassicurasse, che mi dicesse che è la cosa più bella del mondo e può provocare solo felicità. Invece Elena è sgomenta perlomeno quanto me, perché nessuno ci ha mai detto nulla. Vero è che le cose stanno cambiando, che le ragazze ora portano la minigonna, che gli studenti occupano le scuole e dormono insieme maschi e femmine, ma perdere la verginità è tutta un’altra storia e poi fare un bambino senza sposarsi, oddio!

Quante volte gliel’ho detto a Salvatore: ”No, lì no” e tiravo giù la gonna e allontanavo le sue mani calde, ma lui ci riprovava quasi subito.

“E ora che farai?” mi chiede Elena

“Non lo so, magari mi ammazzo!”

“Nzammaddio,no! Magari ti vengono in ritardo. Ho sentito che certe volte basta un bagno caldo, prova”

E così il pomeriggio, quando mia madre esce, riempio la vasca di acqua bollente. Ci sto dentro fin quando il vapore che bagna le piastrelle bianche non si trasforma in gocce che stillano sul pavimento. Poi riapro il rubinetto e di nuovo la nuvola satura l’aria e annebbia lo specchio. Ripeto l’operazione più volte finchè la stanza comincia a girare. La paura mi assale. Mi avvolgo in un telo di spugna e mi adagio senza forze sul pavimento.
Ho la pelle rossa come un gambero e i capezzoli viola scuro quasi neri. La mattina dopo la mia amica capisce che non ha funzionato.

“Senti, dicono che può succedere quando hai sedici anni, che le tue cose non ti vengano anche per sei mesi di seguito”. Elena, se n’è infischiata delle mie raccomandazioni, mi aveva giurato di non parlarne con nessuno e invece ha consultato tutta la classe. Alla ricreazione Antonella, la più smaliziata di tutte noi, mi tira in disparte e mi dice:” Angela, devi correre, saltare, fare le scale, vedrai che ti tornano, pure che sei incinta”.

Il giorno dopo all’ora di ginnastica sono in prima fila, il quadro svedese, la spalliera, corri Angela, corri. E anche la cavallina, salta Angela, salta.

“Macaluso, che fu? Ti drogasti?” la professoressa mi urla dal fondo della palestra. Sono le ultime parole che sento, poi svengo.

Mi sveglio sul lettino dell’ambulatorio. L’infermiera alterna piccoli schiaffetti sulle guance a colpetti ritmati sulle mani.

“Elena”

“Sono qui” mi risponde. E’ in un angolo della stanza, ha le mani giunte davanti al viso, sembra assorta in una muta preghiera. Ce ne hanno insegnate tante, una per ogni occasione, dal temporale al Natale. L’infermiera mi da un bicchierone di acqua e zucchero e poi borbotta: “Queste picciotte, non mangiano per mantenere la linea e poi, talè, come ci finisce!”. Ubbidisco, bevo e reprimo un conato di vomito, poi mi alzo lentamente e torno in classe.

Elena mi sostiene per la vita e sussurra: “Non ti preoccupare, oggi vieni a casa da me e parliamo con mia madre, a tutto c’è rimedio, tranne che alla morte!”.

La mamma di Elena è una donna piccola, morbida e comprensiva.

“Ma sei sicura?” domanda tenendomi stretta la mano

“No”

“E allora perché ti fasci la testa prima di rompertela?”, abbasso lo sguardo e taccio

“Va bè, va bè, non ti preoccupare” dice lei rassicurante  “c’è rimedio a tutto”

“E chi glielo dice a mia madre?” chiedo con un filo di voce: ”Piuttosto che avere a che fare con lei mi ammazzo. Ecco cosa farò, mi ammazzerò” concludo risoluta.

“Senti piccirì, non ti fare idee strane” risponde lei, mi costringe a sollevare il mento e fissandomi dritta negli occhi aggiunge “Guarda che ci siamo passate tutte, forse anche tua madre”

“No, lei no”

“Ma và” sorride la mamma di Elena “Come credi che siete nate voi? Non vi ha certo portate la cicogna! Perciò vediamo di essere sicure e poi carta canta. Ne parliamo quando avremo qualche certezza, e ora chiamo il mio medico”.

La dottoressa Caterinò è molto anziana, ha i capelli grigi tenuti stretti in un tuppo sulla cima della testa. Attaccati a una catenina dorata un paio di occhiali dal modello antiquato pendono davanti al camice candido.

“Quanti anni hai ?”

“Sedici”

“La prima mestruazione a che età?”

“Quindici”

Elena strabuzza gli occhi e sussurra: “Ma allora tutte quelle volte che non venivi in palestra…”. Sollevo le spalle, ho detto un cumulo di bugie, anche a lei che è la mia migliore amica, ma era l’unico modo per essere lasciata in pace.

“Malattie particolari?”

“No, sono sana come un pesce. Magari fossi malata, allora avrei qualche scusante”.

Lei annota tutto su un foglio, poi mi prende la mano e con tenerezza mi dice: ”Ti devo visitare”.

Io ho una paura tremenda, di lei, della visita, di quello che mi sta succedendo, di mia madre, di mio padre, della vita che mi sta crollando addosso come un vecchio edificio in rovina. Chiudo gli occhi e lascio che le sue mani mi frughino. E’ delicata, si fa strada nel mio corpo con esitazione. Sembra che saggi la mia disponibilità prima di affondare nella mia intimità con rispettosa amicizia.

“Sei davvero sana come un pesce” esclama alla fine “ed io non trovo nulla di anormale. Sei una ragazza come tutte le altre” e sorride. E’ così riposante. Ed io vorrei poggiare la testa sulle spalle e lasciarmi guidare dalla sua saggia esperienza. Se non fossi così timida l’abbraccerei.

“Succede che alla tua età le mestruazioni non vengano per parecchio tempo” continua lei con la voce di una nonna buona e comprensiva “ma dobbiamo capire se c’è o no un bambino, domani vieni in ospedale, porta la tua pipì e facciamo un test di gravidanza”.

Il giorno dopo le analisi fugano ogni dubbio, ora so con certezza di essere incinta. “Parlo io con i tuoi” dice la mamma di Elena, forse ha paura che possa fare sciocchezze.

“No” rispondo risoluta. E’ una nuova determinazione quella che mi fa rifiutare il suo aiuto. Sembra quasi che questo bambino, entrato nella mia pancia non so da dove, mi abbia reso forte e sicura.

“Ho paura, ma la vita è rischio ed io non posso più nascondermi”. La risposta è per Elena, un modo indiretto per chiederle scusa di tutte le bugie che le ho detto. La mamma di Elena prima di salutarmi mi fa promettere che lo dirò ai i miei genitori, e mi passa lieve la mano sui capelli, il suo tocco è morbido.

L’ho detto a Salvatore e lui si è messo  a piangere.

“Che facciamo ?” mi ha chiesto tra le lacrime

“Che faccio, vorrai dire” e siamo rimasti abbracciati sulla nostra panchina fino a quando non ha fatto buio.

Ho covato per parecchi giorni, cercando le parole più appropriate e mettendole una dietro l’altra perché avessero un senso. E quando il discorso giusto si materializzava nella mia mente, il momento non mi sembrava mai quello buono. Finchè mio padre è partito per lavoro. Ora o mai più mi sono detta.

“Mamma ti devo dire una cosa”, la raggiungo nel soggiorno, mi siedo e comincio a rosicchiarmi le unghie. Lei rimane lì con le braccia conserte in attesa che mi decida  a parlare.

Uno, due, tre, buttati mi dico, ma le parole non escono. Ora conto fino a dieci :  uno , due, tre…dieci. Ma ancora una volta taccio.

“Insomma ti decidi?” sbotta lei e la sua voce stridula tradisce un’ansia che sta montando come panna nel frullatore.

“Sono nei guai” sussurro e poi scoppio a piangere. Siamo sole in casa, e il silenzio si taglia con il coltello.

Lei mi viene vicina con passi cauti.
“Sei incinta?” e la sua voce è per la prima volta dolce. Abbasso la testa in segno di affermazione.

“Cosa vuoi fare?”

“Non lo so”.

Fino a quel momento la mia mente è stata occupata da un unico pensiero, comunicare la notizia  ai miei genitori, ma in realtà non ho ancora pensato a cosa fare, e poi ho scelta?

“Si, hai scelta” risponde la mamma, sembra che mi abbia letto nel pensiero

“Puoi fare quello che vuoi, anche portare a termine la gravidanza”

“Ma dovrò sposarmi?”

“Ma và. Quando tuo figlio sarà nato potrai riconoscerlo e crescerlo tu, o possiamo dargli noi il nome noi, e per noi dico io e tuo padre…”

Al pensiero di mio padre mi si ammollano le gambe.

“Lui no, non lo deve sapere” urlo.

“Angela, ma come puoi pensare che tuo padre non sappia nulla. Dobbiamo dirglielo e vedrai che saprà aiutarti.

La sua faccia è colma di tenerezza. Si avvicina con passo giovane  e movimenti sinuosi. Il suo corpo magro per la prima volta non mi disgusta, quasi mi sembra bella. I suoi occhi dietro alle lenti non sono un mare in tempesta ma due pozze d’acqua trasparente che placano la mia sete d’affetto.

“Vieni con me “  mi prende per mano e mi conduce davanti a uno specchio

“Cosa vedi?”

“Te  e me”

“No, Angela, guarda bene” .

Abbiamo la stessa espressione ora. Non più madre e figlia a fronteggiarsi, l’una per ribadire la sua autorità, l’altra per trovare la sua autonomia. Ora siamo alla pari, siamo due madri. Lei con più esperienza, io ancora inesperta, ma tutte e due dobbiamo confrontarci con il medesimo problema: la crescita di un figlio. In pochi minuti la distanza tra noi è svanita e io sono finalmente libera di volerle bene.

3 Responses to “L’amore non fa danno ( confidenze n 50)”

  1. per me è difficile commuovermi, ma questo racconto ci riesce, un filo che piano si tende fino a farmi sorridere e pensare che tutto sia possibile, almeno con i sentimenti

  2. è difficile che io mi commuova eppure questo racconto ci riesce, come un filo si tende piano piano e alla fine rende tutto possibile, almeno con i sentimenti

  3. giuseppina Says:
    marzo 25, 2012 at 2:14 pm

    siamo realisti, vogliamo l’impossibile, era il nostro credo , un abbraccio

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