stefano

A Stefano piaceva la torta di mascarpone. “E’ pesante, non puoi mangiarla sempre” diceva sua madre e, insensibile alle sue richieste, la preparava solo il 16 marzo per il suo compleanno. Quel giorno i Monzani, che venivano da San Benedetto del Tronto, cominciavano il pranzo con le Olive ascolane, continuavano con riso e patate e finivano con la torta di mascarpone. La prima volta che mangiai da loro Elena, la mamma di Stefano, me lo domandò a più riprese :”Ti piace?” e io calai la testa energicamente. “Ti faccio un piatto di pasta?”. “No grazie” le risposi a bocca piena dimenticando ogni forma di buona educazione, ma davvero non avevo mai mangiato delle cose così buone. Fu quello il mio ingresso ufficiale nella famiglia del mio “ragazzo”, che aveva guance morbide come la torta di cui era goloso, labbra umide e croccanti come olive ascolane, un abbraccio liquido come la minestra di riso e patate, e una montagna di capelli che colavano sulla fronte come zucchero filato.

Presi l’abitudine di pranzare con loro ogni giorno. Elena cucinava benissimo e a tavola era sempre festa. Erano tutti chiassosi e allegri. Mi piacevano anche i fratelli più grandi, che ciabattando si sedevano a tavola con gli occhi gonfi di sonno per il turno della notte. Il padre rimaneva a letto, era ammalato di vecchiaia, ma la sua infermità non interferiva con la nostra allegria. E quando morì, prima che arrivasse la pensione di reversibilità, Elena dovette ingegnarsi per mettere insieme il pranzo con la cena. Ma non patì la fame nessuno di noi, dico noi perché nel frattempo io ero entrata stabilmente a far parte del gruppo. Soffrivamo invece io e Stefano di non poter soddisfare altri tipi di desideri. Eravamo giovani, innamorati. I nostri corpi sussultavano per un languore madido che vagava all’interno delle viscere. La loro casa accoglieva tutti, aveva però spazi risicati, perciò noi smaniavamo nel soggiorno dove nel pomeriggio ci chiudevamo a studiare. Le mani strette, i piedi intrecciati, le ginocchia sovrapposte, facevamo l’amore con gli occhi, con i pensieri, con le parole, ma seduti su due sedie diverse e separati da un grande tavolo di legno chiaro. Una tensione diabolica ci guastava la concentrazione e minava la nostra memoria, continuando in quel modo saremmo stati bocciati. Un giorno Stefano si prese di coraggio e raggiunse la madre in cucina: ” Ti devo parlare” disse con la faccia seria. Elena sobbalzò. “Che è? E’ successo qualcosa?” chiese sgranando i suoi occhi grandi e fiduciosi. “No, stai tranquilla” rispose lui e ondeggiò sulle gambe indeciso se varcare o no il confine di riserbo che separa a quell’età i genitori dai figli. Il bisogno ebbe il sopravvento sull’inibizione: “Secondo te, cosa facciamo io e Maria quando siamo soli?”. Lei arrossì come una bambina, non era abituata a parlare d’amore, figuriamoci di sesso: ”Perché di quello si tratta, vero Stefano?” chiese Elena arrossendo e si girò verso l’acquaio dove aveva messo a scolare la verdura. “ Per i fidanzati ci vuole un po’ di intimità” chiosò lui che ribolliva in quella castità forzata. Lei calò la bieta nella padella, io nella stanza accanto sentii lo sfrigolio dell’olio bollente. “Se tu sei a casa, noi quelle cose non le possiamo fare” insisté Stefano. Lei non rispose e lui tornò da me. Più tardi Elena ci portò la merenda. Noi facemmo finta di studiare. Ci fissava titubante, sembrava avesse bisogno di parlare, ma un pudore casalingo le chiudeva la bocca. Sul suo viso montava un’onda di rimpianto. ”Sapete, questa casa è sempre stata piccola. C’è spazio solo per cucinare” e un sospiro le scappò dalle labbra. Le mancava l’amore passionale della giovinezza, la devozione della maturità, la tenerezza della vecchiaia, lo leggemmo nel suo sguardo colmo di nostalgia.

Poi Elena prese l’abitudine di uscire ogni pomeriggio, andava a giocare a carte, disse che aveva bisogno di distrarsi dopo anni di “ onorato servizio”. A noi lasciò lo spazio per amarci e sui fornelli qualcosa di pronto, semmai dopo ci fosse venuta fame.

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